Carl Gustav Jung e la psicologia analitica

Carl Gustav Jung (1875-1961), figlio di un pastore protestante, nacque e visse in Svizzera, dove fu psichiatra, lavorò prima nell’ospedale psichiatrico di Zurigo, il “Burgholzli” dal 1900 al 1009 , poi privatamente e come docente universitario.

Fu il fondatore della psicologia analitica, secondo la quale il fine ultimo della psicoterapia, ma anche dell’intera esistenza umana, é l’individuazione.
La guarigione, il sollievo dai sintomi o la risoluzione dei complessi e delle difficoltà, una migliore integrazione, sono la molla che porta a intraprendere una psicoterapia e i risultati che si ottengono.

Per il grande psicanalista di Zurigo, però, la ricerca del significato della propria esistenza e la capacità non solo di “conoscere se stessi” ma addirittura di “diventarlo”, sono il vero obiettivo di tutti gli esseri umani e quindi anche della psicoterapia: “ Diventa ciò che sei” è l’espressione che sintetizza questo pensiero.
Egli scrive:

Il terapeuta deve lasciar aperta la via alla guarigione individuale, questa non comporterà mutamento alcuno nella personalità; consisterà invece in un processo, chiamato individuazione, attraverso il quale il paziente diventerà quello che è realmente.

Carl Gustav Jung Principi di psicoterapia pratica Opere, vol. 16 1935

L’individuazione può essere raggiunta da ciascuno in modo spontaneo, ma più spesso è il frutto dell’introspezione, che passa attraverso diverse fasi ed è condotta insieme allo psicoterapeuta.

Ogni fase permette di conoscere e affrontare aspetti diversi della propria storia personale, iniziando dal momento problematico che ha spinto verso la psicoterapia.
Può trattarsi di un evento traumatico come una perdita, una separazione, una malattia, una delusione sentimentale, lavorativa o di altro genere.
Può invece trattarsi di un disagio o di un sintomo che ci perseguita da lungo tempo, come il disturbo d’ansia, la depressione o le fobie, i comportamenti incontrollati, come nel caso dei disturbi alimentari,le difficoltà relazionali o le dipendenze affettive, o forse ancora un senso di vuoto e mancanza di senso nella propria esistenza.

Talvolta si tratta della sensazione che certi eventi si ripetano sempre uguali nella nostra vita e della necessità di interrompere una pesante catena.
In ogni caso, la situazione iniziale deve essere ricondotta alla storia personale e alle esperienze precoci. L’infanzia è il periodo in cui ognuno “impara a vivere”: non solo a camminare, parlare, ecc., ma anche a pensare e provare sentimenti. Sono modi di sentire e ragionare che a volte continuiamo a usare nella vita adulta, in modo automatico, ma che ormai non sono più adatti ad affrontare i problemi della vita di oggi.
Jung si spinge oltre: non solo ci invita ad esaminare i diversi aspetti della nostra personalità, ma ci conduce a indagare l’universo dei sogni e delle fantasie. Questi appartengono a noi stessi, ma anche all’umanità intera, che attraverso l’arte ne ha lasciato tracce in tutti i tempi con le rappresentazione archetipiche.

Dentro il mondo dell’inconscio, che così esploriamo, possiamo incontrare le nostre paure, che una volta conosciute diventano meno minacciose, ma anche le nostre potenzialità nascoste.
Si tratta degli aspetti della personalità che possono aiutarci a trovare un nuovo senso nella nostra vita o a operare quei cambiamenti che la natura di ciascuno o i fatti della vita richiedono.
Jung parla del Sé, il centro della psiche, dove s’incontrano l’Io – la parte consapevole di ciascuno – l’inconscio personale – che nasce dalla nostra storia – e l’inconscio collettivo, condiviso da tutta l’umanità.

Se perseguiamo con coerenza e perseveranza la via dello sviluppo naturale, arriviamo all’esperienza del Sé e del semplice “essere così”. E’ ciò che esprime il motto di Paracelso (XVI secolo) “Alterius non sit, qui suus esse potest” ovvero “Non sia di un altro chi può appartenere a se stesso”.

Carl Gustav Jung La psicoterapia oggi Opere, Vol. 16, 1945

Jung, però, non si limita a suggerirci cosa c’è nella psiche e come la si può aiutare a trovare la sua strada, ma, da medico e uomo pratico, ha indagato su come funziona la mente umana e ha riscontrato quattro funzioni: il pensiero, il sentimento, la sensazione (che riguarda le percezioni corporee) e l’intuizione. Ognuno di noi, per le sue caratteristiche personali e per la sua formazione, ha sviluppato maggiormente una delle quattro funzioni, mentre un’altra è rimasta ad uno stadio più primitivo, ma non meno potente. Ecco perché persone molto intelligenti, ad esempio nel loro lavoro, possono sembrare ingenue o aride nei sentimenti o viceversa. Tuttavia per un buon equilibrio personale è necessario sviluppare anche la funzione cosiddetta “inferiore”, perché spesso lì si celano i tesori nascosti della personalità, gli aspetti nuovi e creativi. Anche in questo la psicoterapia può aiutarci, perché porta l’attenzione sugli “angoli ciechi” facendo scoprire nuovi punti di vista e rendendo più completa la nostra visione di noi stessi e del mondo.