Genitori e figli: reinventare la relazione

Molti sono i genitori che si presentano allo psicologo perché incontrano delle difficoltà nella relazione con un figlio o una figlia: spesso i problemi si presentano in un passaggio delicato dell’esistenza dei ragazzi, l’entrata alla scuola superiore o il passaggio all’Università.

Vi possono essere situazioni causate da un disagio dei ragazzi nello studio o nelle vicende affettive o legate a comportamenti particolari: disturbi alimentari, dipendenza da internet…

Spesso a ciò si accompagna il senso d’impotenza e ripetuti litigi cui non sembra poter trovare rimedio. Il provare verso i propri figli sentimenti che non sono di benevolenza, ma anzi di ostilità e rabbia è, per genitori sensibili, sconcertante oltre che doloroso: nella nostra società tutto dovrebbe apparire sempre armonico e i contrasti sono qualcosa che spesso non siamo abituati a gestire e ci colgono impreparati.

Tuttavia, proprio fasi di “ crisi” come queste possono portare a momenti di crescita e consapevolezza non solo dei ragazzi, ma dei genitori stessi, che potranno imparare anche a conoscere meglio se stessi e i propri bisogni.

I motivi che possono portare a un conflitto sono, a mio avviso, almeno tre.

Il primo riguarda il modello educativo tradizionale, autoritario che in passato si basava sulla condivisione sociale, sull’ammissione del ricorso alle punizioni corporali ( “ Un ceffone non ha mai ucciso nessuno e ne ha raddrizzati tenti” si diceva) e su condizioni materiali di maggiore o minore povertà che poco lasciavano alle scelte individuale, sia in fatto di consumi che di opzioni lavorative. Molti dei genitori di oggi sono ancora stati allevati in questo modo o con qualche variante di poco rimodernata, magari senza l’uso delle percosse. E’ il modello autoritario, cheperò ha il fascino della semplificazione: i ruoli appaiono ben definiti e chi li applica ha, almeno fino alla preadolescenza del figlio, l’illusione di mantenere il controllo ed il potere. Il problema sorge quando l’adolescente si oppone, in maniera esplicita o in modo subdolo o passivo: con il rinchiudersi “in cameretta” con la play station e poi internet, con le risposte a dir poco sgarbate, il disordine “cronico”, la mancanza di applicazione nello studio. Possono essere fasi della crescita, ma se permangono per un lungo periodo sono un segnale che qualcosa non va.

Un altro modello educativo, opposto al primo, detto permissivo, o “etico”, è legato all’illusione che se io voglio tanto bene al mio bambino tutto filerà per il meglio, poiché il piccolo, tenuto al riparo dalle deprecate “carenze affettive” delle riviste femminili, non potrà che veleggiare in acque tranquille fino all’età adulta (che non si sa bene quando arriverà). Lo scontro con la realtà è in questo caso ancora più precoce, poiché il tenero genitore, che cerca disperatamente di “far capire” al figlio le sue ragioni, si dovrà accorgere prestissimo che il bambino è inappagabile.

Offrirgli tutto ciò che desidera ancor prima che lo chieda, non porre nessun limite alle sue richieste e alla sua libertà di movimento, perdonarlo per qualunque infrazione e pensare che è il mondo ( amici, insegnanti ) ad avercela con lui, non è un modo per aiutarlo a crescere, ma piuttosto gli lascia pensare di poter ottenere tutto senza fatica. Questo atteggiamento spesso nasce dall’eccesso di frustrazioni che i genitori hanno subito nella loro infanzia. Rendere la vita facile al figlio diventa così un modo per “curare” un’ infanzia infelice. Sarà necessario capire che ogni ragazzo ha bisogno di qualcosa di diverso, che forse non è ciò che non abbiamo avuto noi da bambini.

Un’altra difficoltà insorge quando il figlio o la figlia non diventano ciò che abbiamo desiderato: campioni sportivi, brillanti negli studi, belli e ammirati da coetanei e adulti. Insomma non danno quelle soddisfazioni che ci si aspettava per loro o forse per noi, che non abbiamo raggiunto gli obiettivi cui aspiravamo. E’ un figlio diverso da quello che sognavamo e continuiamo a spingerlo verso mete che non gli appartengono, a volte senza vedere le qualità e le predisposizioni reali dei ragazzi: quelli che ci sembrano a volte dei buoni a nulla, sono semplicemente giovani persone che hanno capacità che restano nascoste e che non sono capaci di sviluppare.

A che cosa serve in questi casi il consulto con lo psicoterapeuta? In primo luogo a permettere ai genitori di capire che cosa essi stessi desiderano per sé e per i figli , se si tratta di qualcosa di realistico o se risiede nella storia personale di ciascuno. Un altro aspetto importante è imparare a gestire la relazione evitando scontri inutili e dolorosi, riacquistando fiducia nel proprio essere buoni genitori, ma anche nelle possibilità reali di ogni ragazzo e ragazza di diventare grandi, ciascuno a modo suo, ma non per questo in maniera meno creativa e dotata di significato.